di MAURIZIO SESSA – Foto di FIORENZO TONIUTTI
Per molto tempo, per troppo tempo, Giacomo Puccini è stato anche, se non soprattutto, il più incompreso dei compositori.
Intendiamoci bene: non compreso dai critici. Ma compreso, amato, osannato dal pubblico pagante di tutti i ceti sociali, ammaliato dalla quotidiana poetica dei «grandi dolori in piccole anime».
Le piccole grandi cose della vita.
Puccini, dunque, sminuito, sottovalutato, se non addirittura stroncato dagli esperti.
Musica facile, troppo facile, la sua. Con un che di “ruffiano” perché toccava le corde sentimentali, lisciava il pelo alla gente. Cacciatore spesso dalla mira incerta, collezionista di sonore “padelle”, Puccini era un esperto pescatore di pubblico. Sapeva come irretirlo.
Gettava la rete nelle più recondite profondità dell’animo umano e trascinava a galla una ricca pesca. Musica quindi troppo commerciale, che strizzava l’occhio al gusto più terra terra.
Un’arte, la sua, che superò limiti linguistici e confini geografici, che raccolse immensa fortuna.
A cento anni dalla sua morte, avvenuta a Bruxelles il 29 novembre 1924, Puccini, il compositore più amato, non va congelato nella pur meritevole opera di storicizzazione della sua produzione, nella ricostruzione il più possibile aderente alla realtà della sua vita.
Non merita di essere ulteriormente imbalsamato nelle adulazioni di circostanza che di solito accompagnano centenari e ricorrenze varie.
Le sue composizioni ancora oggi, dopo cento anni vissuti assieme appassionatamente con diverse generazioni di estimatori, sono perfettamente in sintonia con la sensibilità dei nostri giorni.
Puccini è sempre più un artista in our time.